“Queste medicine mi fanno pazzo”

“Queste medicine mi fanno pazzo”

Così rispose l’altra sera Omid, al mio “Allora, come stai?”.

Sono risposte che ti spiazzano. Che ti lasciano lì in silenzio. Con un sorriso di convenienza stampato in faccia, che racchiude in realtà tutta la malinconia del mondo.

“In che senso?”, gli ho chiesto, per evitare un vuoto che avrebbe seppellito me, e lui, vivi, nell’ufficio di Casa Domanico.

“Mah”, rispose, “Non riesco a pensare”.

“Non posso concentrarmi su nessun pensiero”.

Questo è incredibile.

Non capirò mai come è possibile che questa sia una cura, anzi, LA cura, ai problemi di depressione.

I malati di mente, di fatto, hanno problemi a pensare. E la soluzione non può essere quella di annullare il pensiero, cazzo.

Non riescono a gestire i pensieri, che li travolgono. Può essere che ne abbiano troppi, o che siano sempre gli stessi a iniziare a girare, girare, girare.

Incredibile.

Anche a me capita, ogni tanto. Anzi, di sovente. E mi fa abbastanza paura.

In quei momenti mi prendo la testa fra le mani, la stringo, come a volerne riacquistare il controllo. Cerco di pensare fisso a qualcosa.

Cioè, a qualcosa di diverso rispetto a quello di cui voglio liberarmi. Ed a volte ci riesco, altre no.

Mi capita specialmente quando mi innamoro. (Anche se, quando poi ci penso meglio mi viene in mente che magari non è amore, ma solo un’ossessione. Ché l’Amore, non è questo. E’ qualcosa che fa stare bene, che tira fuori il meglio di te, non il peggio. Anche se poi, in fondo, io non lo so davvero se è così. O meglio, non lo ricordo più così distintamente. Quindi non so mai dove finisce la mia convinzione e inizia la forzatura. E le forzature rischiano sempre di lasciarmi parcheggiata lontano dalla realtà).

Mi capita specialmente di notte. Appena mi metto al letto, se sono sola. Appena chiudo gli occhi, e la connessione, per lo meno visiva, con la realtà che mi circonda svanisce del tutto. E mi ritrovo a tu per tu con quello che ho nel cervello, che a volte, anzi, soventemente, può spaventarmi non poco.

Ma anche durante il giorno. Quando guido, ad esempio. (Ed è molto pericoloso lasciare che l’immaginazione ed i pensieri vorticosi si mettano in moto mentre guidi, ché poi non vedi più bene quello che hai di fronte. La strada e le macchine diventano un immagine sfocata, e potresti non fare caso al tergicristallo in moto, a pochi centimetri dal tuo naso, in una giornata di sole.)

Pensieri sempre diversi, ma focalizzati sulla persona che mi è entrata in testa.

Incontri, conversazioni, sguardi, silenzi…completamente immaginati. Che non avverranno mai.

Ma anche incontri, conversazioni, sguardi, silenzi…passati. Cose successe, dalle quali partono altri flussi di immaginazione su come si sarebbero evolute Se. Su come avrei potuto agire e non ho fatto.

Ed è davvero triste, a volte.

Altre invece mi ritrovo a ridacchiare rimuginando. O a sorridere.

Sono sempre pensieri, attività naturali, dunque.

Ma a volte hanno su di me il sopravvento. E questo mi fa molta paura.

Mi piacerebbe imparare a controllare un po’ meglio, il tutto.

Non voglio mettere paletti, sia chiaro. L’immaginazione è il mio tesoro. Da sempre. Forse perché sono figlia unica, e sin da bambina una buona parte di giochi, ed interazioni casalinghe avveniva, e rimaneva, nel mio cervello.

(Ricordo che guardavo dal balcone i bambini che giocavano, ma io non potevo scendere. Una volta provai, ma mia madre mi richiamò subito all’ordine. Aveva paura tutto, la mamma. In particolare della signora del terzo piano, che potesse farmi qualcosa).

Vorrei essere certa, di saper di mantenere una sorta di supervisione, su di me. Sempre.

Sopratutto perché se mi iniziano a girare in testa pensieri tristi, non è che posso prendere un bisturi, incidere il mio cranio, infilarvi una mano dentro, rovistare, acchiappare quello che mi sta facendo male e buttarlo fuori. Cioè, non funziona così.

Ma l’idea che dentro ci sia qualcosa che gira e rigira, come un coltello in una ferita, in un meccanismo dis-funzionale, e che io non possa farci nulla, mi fa diventare pazza.

Ma per fortuna ho le mie strane medicine: scrivere, suonare la fisarmonica e camminare. Che non sono come quelle che prende Omid.

Ma vorrei tornare a lui.

Hanno deciso che è pazzo perché ha smesso di mangiare.

Perché l’ansia per il non sapere cosa farà della sua vita, lo attanaglia talmente da chiudergli le narici, oltre alla bocca. Rischiando di soffocarlo, oltre che di farlo morire denutrito.

Perché ha un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che ogni anno è un grosso punto interrogativo. Sperava di prendere l’asilo politico, e di stare tranquillo per 5 anni. Invece no, la Commissione, dopo aver valutato la storia di un bambino che è partito da solo dall’Afghanistan, e dopo innumerevoli peripezie e 3 anni di lavoro in Grecia è giunto in Italia, ancora clamorosamente minorenne, ha deciso che, tutto sommato sì, per un po’ può stare qui, ma poi sarebbe meglio se riuscisse a tornarsene da dove è venuto.

E quindi lui ha smesso di mangiare, (giustamente!), ed è pazzo. Depresso, anzi.

Perché certo, di fatto, il cercare di costruirti qualcosa in un paese diverso dal tuo, dove sei solo, sapendo che tra un anno potrebbero darti un bel calcio in culo e rimandarti da dove sei venuto, in fin dei conti è scialla. Non è una situazione che può impensierirti. Non, vi pare?

L’altro giorno, gli operatori in turno gli hanno fatto il TSO, perché stava smontando tutto e minacciava di buttarsi dalle scale.

“Voglio morire”, diceva.

Quindi lo hanno ricoverato d’urgenza. Via lacci, cinte, lamette. Tutto sotto controllo.

E secondo me, il nocciolo del problema, è proprio qui: nel fatto che esiste la gente che si vuole ammazzare.

Ovviamente è legato alla religione (non alla fede, sia chiaro), che a sua volta lo è al volere di pochi, che hanno interesse a far stare sereni, almeno in apparenza, i molti. E non solo la nostra, visto che non ne sono certa, ma non credo proprio che l’Islam o il Buddismo vadano d’accordo col suicidio.

Se la nostra società lo accettasse, non deciderebbe di rubare i pensieri alla gente.

E se si ammazzasse molta più gente, forse sarebbe chiaro a tutti che questa vita, spesso, è invivibile.

Perché viviamo in una società disumana, con dei valori sempre più lontani dallo stato di natura delle cose. Artificialità. Apparenza. Individualismo. Ignoranza appresa.

Ma invece no, noi dobbiamo render grazie al Signore, che ci ha fatto questo dono. E non sia mai che qualcuno si azzardi a dire, “No. Scusatemi tutti, ma io non ce la faccio più. Me ne vado.”

Sarebbe un ingrato, infame.

E manco in funerale si meriterebbe, ‘sto stronzo. Per non parlare di una tomba. Ditemi voi se non sono pretese assurde, queste.

Noi lo teniamo qui a forza, e gli rubiamo pure i pensieri. Perché, comunque, che le persone volino dai balconi, non è proprio decoroso.

Se fossero troppi, chi osserva lobotomizzato potrebbe davvero mettersi pensare che qualcosa non va. E questo non deve accadere.

Il desiderio di suicidio, sta tra i “sintomi” della depressione, attenzione, non tra i “sintomi”del vivere in una società che non funziona.

Una società che può renderti la vita un inferno, se non hai attorno una costellazione di fattori protettivi da fare invidia ai Cavalieri dello Zodiaco.

Quando l’ho letto, l’altra notte, sul bugiardino del Molteni, mi ha dato parecchio da pensare.

Siccome il punto a cui siamo arrivati va salvaguardato, le regole della società, i capisaldi, i valori, vanno stra-bene e indietro non si torna, se uno vuole morire, il problema è suo e solo suo.

Ed è sui suoi problemi INDIVIDUALI che bisogna intervenire, mica sulle cause!

Nel caso di Omid è semplice: non possiamo accollarci tutti i ragazzini del mondo(che NOI sfruttiamo) in Europa.

Non è affar nostro dargli gli strumenti per ricominciare una vita serena qui.

Anche perché tra l’ansia di non avere mai abbastanza e la paura che ci manchi il superfluo,  non facciamo più figli, ed il rischio di ammalarci sindrome d’assedio è sempre dietro l’angolo, ed ha in serbo chili di crisi di panico per tutti!

I pensieri generano desiderio di morire?

Non c’è problema. Esiste una pasticca che li elimina!

Vedrete gente, è un gioco da ragazzi.

Anzi, un gioco di prestigio.

Prima vedi la realtà, e riesci a collocartici criticamente. Vedi la tua vita, i problemi, le difficoltà e tutto il resto.

Poi, beh, è un attimo: guarda unooo, guarda dueee…..SPARITA.

Roma, 15 Febbraio 2011

gara di cucito tra una sarta e un chirurgo

Hai visto la ferita della nonna, Chiara?

Ehm, no.

Ma t’impressioni?

Ehm, si. Un po’ si.

Allora la nonna si tirò su la maglia, e mi fece vedere una lunga garza, che celava un taglio lungo almeno 30 centimetri, verticale.

E mi venne in mente la nonna di cappuccetto Rosso. Che le aprono la pancia, per tirare fuori Cappuccetto. Ho forse aprivano il lupo. Che forse aveva ingoiato la nonna.

Si, insomma, non ricordo bene.

E’ un intervento semplice, seguì mi padre.

Apri, tiri fuori tutto, e richiudi.

Sapresti farlo?

Certo.

Che domande. In effetti, lui apre e richiude teste, e schiene, che sono piene di nervi, da cui dipende un po’ tutto. Una goffagine al momento sbagliato e Puf, via il linguaggio, un’altra e Puf, via la memoria…

Eh, nonna, le dissi, tu facevi la sarta, non ricucire bene te sarebbe stato un insulto.

Sorrise.

E quel sorriso mi riportò alla mente uno dei pochi ricordi che ho di casa della nonna. Il tavolone del soggiorno, con Radio Maria sempre accesa, pieno di stoffe, e modelli di carta. Tratteggiati da gessetti bianchi, e appuntati alle stoffe con gli spilli.

Che lavoro artistico, la sartoria.

Mi ha sempre attratto. E quella macchina da cucire col pedale, che compiva quei movimenti sempre uguali, facendo girare l’impianto, così antichi, mi incantava.

Ma papà, tu hai visto l’intervento?

Si, ero in camera operatoria.

E che facevi?

Aiutavo. Passavo i bisturi, sistemavo le luci. Davo una mano, insomma.

Come uno studente?

Si.

E c’era un medico giovane che con aria quasi schifata mi disse: “Dotto’, io non penso che ce la farei, a stare in sala operatoria mentre operano mia madre”.

In effetti, risposi. Non ha tutti i torti!

Non so, Chiarettina, è che io in camera operatoria mi sento..

E gli mancarono le parole. Ci fu qualche istante di silenzio.

Come a casa? Provai a dire.

Si, in un certo senso..Beh, mi sento a mio agio. E’ un luogo dove sono tranquillo.

Ecco, credo che se avessi avuto la possibilità di utilizzare 300 parole per definire una sala operatoria, l’espressione “luogo tranquillo” non mi sarebbe proprio venuta in mente.

Anzi, luogo di tesione, ansia, persone tra la vita e la morte, altre persone con la responsabilità pesantissima di poter accelerare i tempi di questo passaggio, ridurli, o eliminare il rischio.

Mio papà soffre di cuore. Ha avuto due infarti, e un ischemia celebrale. Prende chili di pasticche, e ieri ho scoperto che gli hanno prescritto anche l’Ansiolin. Ma lui ha deciso di sostituirlo con la musica classica.

“E’ una sorta di musicoterapia!”, mi ha detto.

Ma mio padre è un tipo che non crede quasi a nulla. Non crede molto alle nuove forme di medicina, non crede alle previsioni del tempo, non crede all’oroscopo. Crede in Dio, ma già sul Papa discute volentieri.

Crede però molto, nella musica.

Per lui ha un potere magico. Indiscusso.

Forse perché il nonno Natale, suo padre, suonava sempre. Il violino, la chitarra, e la fisarmonica quando il vicino gliela prestava.

Ed è per questo che: “Chiaretta, appena la nonna esce, dobbiamo andare da Zia Concettina e le devi fare una bella suonata! Eh, si. Risposi poco convinta. Potrei suonarle la tarantella calabrese! No. Puntualizzò immediatamente papà: devi suonarle Amelie.

Annuii, e sorrisi. Pensando alla serenità che gli era esplosa in volto la prima volta che mi aveva sentito strimpellare La Noyee.

Anche il nonno suonava, disse la nonna.

Eh, ma lei suona leggendo la musica!aggiunse papà con un pizzico d’orgoglio.

Con la stessa aria di un padre che spiega quanto sia bravo suo figlio a camminare in punta di piedi su una fune, facendo roteare in aria tre palline.

In effetti, quando iniziai a studiare la fisarmonica era maledettamente felice!

Mi disse: per te la cosa più importante deve essere suonare uno strumento che ti piace, poi l’università, e infine il lavoro.

E’ fondamentale perché, se sei triste, o in tensione, ti metti a suonare, e tutto si aggiusta. Ha un grande potere. E’ un’attività che porta serenità.

E in effetti aveva ragione.

Credo che ognuno di noi abbia delle medicine personali.

Qualcosa di unico, che ci regala sempre attimi di serenità. E che non ha lo stesso potere sugli altri.

Per me la fisa, per papà la sala operatoria, per mamma il rosario.

La medicina e la farmacologia dovrebbero essere rivoluzionate. Perché spesso la soluzione ai mali causati dai troppi pensieri tutt’insieme, si può trovare guardando controluce attraverso le persone.

E i nuovi medici, si troverebbero a prescrivere musiche sempre nuove

O magari, qualche ora in più di sala operatoria ogni giorno.

E tutto, dico tutto, andrebbe per il verso giusto. O quanto meno, per un verso migliore.

“Sognai talmente forte che mi usci il sangue dal naso” (De André).

 

Lessi fino a consumarmi gli occhi.

Osservai fino ad aver la vista appannata.

Camminai fino a considerarlo naturale.

Mi persi fino a ritrovarmi.

Scriverò, finché non mi dolranno le dita.

Suonerò fino ad aver le melodìe dentro il cuore.

Canterò fino a perder la voce.

Ascolterò storie fino ad averne piena la testa.

Racconterò le mie sottovoce, per nutrire l’immaginazione di chi amo.

Odorerò la vita, con ampi respiri.

Stringerò forte a me le persone che danno colore alle mie giornate, per trasmettere loro la gratitudine, e la fraternità che mi lega a loro, e provare a restituirgli anche solo un poco dell’energia che mi donano.

Imparerò a riempire gli sguardi di parole semplici. Per evitare fraintendimenti e confusioni.

Che l’Amore, limpido, deve essere.

Trasparente come l’acqua di una sorgente di montagna.

13 marzo 2011

Contro chi stiamo lottando?

Mi hanno messo le manette chiudendole con i piedi, schiacciando e salendo sui miei polsi.
Poi mi hanno preso le impronte.
Questo succede a Pozzallo. Succede perché delle persone vogliono affermare il loro diritto a scegliere dove vivere. Mentre delle altre, hanno bisogno di governarne i corpi, di limitarne la mobilità. La mobilità si oppone ai meccanismi di sfruttamento della mano d’opera, di saccheggio dei territori, di guerra per il mantenimento di un divario tra esseri umani. Un divario incolmabile. In termini di autonomia sulle risorse, di fruibilità dei diritti sanciti come universali.
A volte la sensazione di impotenza prevale.
Quando una direttiva europea autorizza le forze di polizia alla coercizione per il prelievo delle impronte digitali, sembra venir meno l’uditore delle denunce. Contro chi si combatte?
A quale presenza di quale parlamentare europeo, senatore, politico vorremmo arrivare?
Quando il potere legislativo più alto suggerisce alle forze di polizia di registrare l’uso della coercizione per inabilitare i migranti a denunciare le autorità, cosa stiamo facendo?
Quando la polizia filma una prassi di “spiegazione” e informazione dei richiedenti asilo, calma, pacata, e poi spegne la telecamera e li pesta di botte, cosa resta?
Chi è l’interlocutore?
Purtroppo solo l’unione dei cittadini dei paesi occidentali potrebbe cambiare le cose. Solo loro, uniti, potrebbero mettere sotto scacco i loro governi violenti e ipocriti.
Le dichiarazioni dei diritti umani sembrano vuote oggi.
L’universalità si è rivelata in tutta la sua falsità.
La cittadinanza, a sua volta, è in crisi.
Dunque cosa si può fare? Quali sono i riferimenti da seguire? Lottare per il rispetto dei diritti dell’uomo certo, ma come si fa?
Quando una NGO internazionale come Medici Senza Frontiere si rifiuta di scrivere un referto medico riguardo un richiedente asilo picchiato perché altrimenti “perde la possibilità di curare i bambini in quell’inferno che è il CSPA”; quando è la stessa associazione che nel 2005 è stata cacciata da Lampedusa, ti chiedi, cosa abbiano imparato da quell’esperienza.

Ma detto ciò che si fa?

Si continua.

viviamo

Viviamo in un mondo dove un esercito regolare può arrestare bambini di 14 anni o più piccoli, per “lancio di sassi” e dargli una pena di 2 anni di prigione + 2000 shekel di cauzione. Nonostante siano malati e necessitino di cure mediche.
In un mondo dove anche i politici che dichiarano di voler difendere esattamente questi bambini, palestinesi, dai loro carnefici, supportano a loro volta altri macellai, con processi di negoziazione come quello di Khartoum.
Nell’occhio del ciclone c’è Yarmouk. Campo profughi palestinese, ormai città, quartiere di Damasco, in Siria. Dopo due anni di assedio, ci entra l’ISIS e si accendono i riflettori. La gente già mangiava l’erba, e non aveva da bere. Era Assad che li assediava, le sue truppe a chiuderli da nord affamandoli. Era lo stesso Assad che ha distrutto villaggi interi, massacrandoli. Che ha soffocato una rivoluzione nel sangue. Che ha torturato e continua a torturare migliaia di innocenti.
Eppure c’è chi lo sostiene. E tra questi dei palestinesi. Palestinesi che vorrebbero rappresentare i Palestinesi a Yarmouk, e Palestinesi di fronte al Colosseo, che si permettono di tirare fuori la bandiera del regime siriano, a due stelle. È come ammazzarli due volte gli Yarmoukeni.
Viviamo in un mondo dove una madre di due bambine di 43 anni deve andarsi a iscrivere al centro per l’impiego. Come ne avesse 18. Trovandosi disoccupata perché le persone scomode non le vuole nessuno.
Viviamo in un mondo dove in poco più di due giorni oltre 8000 persone decidono o sono forzate a rischiare la vita in mare per cercare una vita migliore. E vengono salvate, eccetto 9. Ma il dramma resta.

Il focus sull’emergenza umanitaria delle partenze, che oscura prepotentemente le cause delle stesse. Le guerre. La fame. La globalizzazione, che attraverso le tv entra in tutte le case, impiantando nelle teste di individui gli stessi desideri e le stesse aspirazioni. Quasi a voler creare una massa indistinta. Frustrazione eterna, di chi non avrà mai l’opportunità di rischiare la vita per vedere coi suoi occhi e toccare con mano quello che la tv propina.
I mass media si insinuano anche nei sogni. Provano a impiantare sogni occidentali, sotto i ricci africani o i capelli lisci e neri del sud america. Ciò accade mentre in Occidente la povertà cresce, ma finché si ha lo smartphone in mano, non sembra possibile rendersene conto. Non c’è posto per alcun tipo di empatia. Non c’è spazio per guardare più in la dei propri guai.

L’unico terreno che si coltiva, è quello dove dovrebbe svolgersi una guerra tra poveri. O dove i ricchi costruiscono barricate per non rischiare di vedersi sfuggire neppure un centesimo.

18.03.15 – Attentato alla Tunisia – Je suis Bardo

11 morti, poi 20 morti, 4 morti, 23 morti, 24 morti. Se si cerca su google il numero esatto di morti e feriti al Bardo, a Tounis, a ogni capoverso ci sono numeri diversi.

Avere un’informazione corretta non ci è concesso.

Stesso vale per i feriti. Da 21 a 50. Non si sa.

Si parla di Isis. Ma di Isis si era parlato anche intorno al 20 febbraio dicendo che era entrato in Tunisia da Ben Guardane, al confine con la Libia. La realtà era che erano passate delle macchine di commercianti, bloccate in frontiera da qualche giorno. Le foto sui giornali avevano ripescato salafiti tunisini del 2012.

Si parla di due terroristi. Entrambi morti per alcune fonti. In fuga per altre.
Si dice che fossero vestiti in nero col volto coperto, mentre i morti etichettati come “terroristi” hanno vestiti colorati.

Si sa che l’ingresso del Bardo Museum è lo stesso del parlamento, dove si stava discutendo la legge anti-terrorismo.
Si sa che le “Guardie Presidenziali” sono molto preparate. E non è facile entrare in quel complesso.

Si sa che tra pochi giorni ci sarà il Forum Sociale Mondiale a Tunisi, e oltre 70,000 persone avevano prenotato. Chissà adesso quante saranno disposte ad andare.

Si sa che pochi giorni prima dell’attentato si votava in Tunisia una legge che permettesse le intercettazioni telefoniche senza autorizzazione del giudice. La sua mancata approvazione è stata poi rivendicata come una delle cause dell’attentato: se ci fosse stata, non si sarebbero potuti organizzare.

Si sa che una legge anti-terrorismo avrà conseguenze sui musulmani. Sulle moschee. Sulla libertà religiosa.
Si potrà arrestare salafiti presunti secondo valutazioni arbitrarie della loro pericolosità.
Si potrà far entrare forze Europee per difendere il paese.

Le stesse che non vedono l’ora di aprire centri di detenzione per richiedenti asilo in Tunisia ed Egitto.

Eppure anche altre cose si sanno.

o-MANIF-BARDO-facebook1
I Tunisini hanno manifestato per la loro Tunisia. Quella che avrebbero voluto ricostruire tra una caduta, uno scivolamento, un errore. Quella che non è più la stessa di prima della Rivoluzione. Ora insieme alla lista dei Calciatori del Club Africain e l’Esperance, o della lista di partite della Champions, i tunisini sanno anche a memoria i nomi e i cognomi dei businessman europei che vengono a sfruttare i loro paesi, e di quelli tunisini che preferiscono arricchirsi all’estero.
Ora si preoccupano dei prezzi, del pane, della carne, delle bollette di luce, acqua, gas, e di politica.

Il cammino è lungo certo, ma 4 anni di libertà di parlare e commentare non sono caduti nel vuoto.

Non permettere che rischi terroristici arrivassero in Tunisia voleva dire preservarla. Lasciarla sul suo cammino pieno di contraddizione ma, cammino. Significava dire al mondo, ehi, voi, che iniziate una Rivoluzioni, sappiate che questa può funzionare e può darvi la possibilità di intraprendere un “cammino”.

Invece no. Non è questa l’immagine che serve all’occidente. Serve un popolo che ha paura. Un popolo sottomesso. Un popolo che, visto che non può tornare indietro a guardare il calcio di sua spontanea volontà, deve essere sotto scacco.

Ed è questo che sta accadendo, e non deve accadere.

Un attentato in un museo distrugge quel poco di turismo che si era faticosamente rialzato dopo la Rivoluzione. Legittima provvedimenti restrittivi, controlli, rincari dei prezzi. Maggiori disparità Nord Sud. Sempre peggio.

Durante l’attentato c’era un giornalista di Aljazeera in diretta che filmava. La polizia, in borghese e non, lo bloccò, e gli intimò di smettere subito. Poi venne picchiato per farlo allontanare.

Forse avrebbe potuto mostrarci quella verità che non ci è dato sapere.